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Piero Russi: linee classiche, forme pure e funzionalità


Piero Russi nasce come architetto, e sviluppa l'amore per la geometria e le forme pure lavorando nello studio di Gae Aulenti. L'attitudine a leggere gli spazi non gli impedisce però di creare per la Trabo di Giannino Castiglioni due oggetti di industrial design innovativi nella tecnica e nei materiali, ma nati dal ripensamento di linee classiche. "Nautilus" e "Shell" sono due asciugacapelli che uniscono semplicità materica e cromatica, seguendo la vocazione alla funzionalità e all'essenzialità della mano di Russi.

Lei nasce professionalmente come architetto, come cambia l'iter progettuale dall'architettura all'industrial design?
In architettura c'è un committente che è fatto di tanti committenti, perché ci sono vari aspetti cui prestare attenzione. C'è un pubblico che non si conosce di cui tenere conto, che non viene fuori da immagini di mercato o da considerazioni più 'caserecce'. E poi c'è una differenza di scala dimensionale. L'attitudine al progetto è abbastanza simile, sono ambiti nobili tutti e due. La dimensione non è un problema, ma comunque esiste. In un caso c'è un oggetto di cui si può anche fare un prototipo, e che si può controllare. In architettura gli errori emergono solo quando è troppo tardi.

Preferisce il design o l'architettura?
Il problema non è 'mi piace, o meno', io ho una formazione più architettonica, e un'attitudine più a leggere lo spazio, che a inventare forme, tenendo conto di questioni tecniche. Nel design c'è una componente forte di tipo ingegneristico. C'è l'invenzione. E' vero che anche l'architettura ha bisogno dell'idea, però è più legata a un dato spaziale predefinito.

La componente ingegneristica la sente come un limite o come un aiuto?
E' di sicuro un aiuto, poi bisogna possederne i requisiti. In un certo senso, la mia preparazione non è ingegneristica, per cui talvolta bisogna sopperire con l'aiuto di qualche esterno che integri con il suo know-how, oppure bisogna sforzarsi di acquisirlo in qualche modo. Tante volte dalle difficoltà nascono dei buoni progetti, ma è innegabile che esistono entrambi gli aspetti, tecnico e creativo. Tanto è vero che ci sono delle scuole di design che preparano con corsi specifici legati a questo.

A volte la tecnica rappresenta un limite, però: so che il suo asciugacapelli "Nautilus", disegnato per la Trabo, ha dovuto essere modificato per problemi tecnici di surriscaldamento...
Hanno dovuto modificare le prese d'aria, le forature. Questo è un caso in cui, inizialmente, il tecnico che aveva dato i requisiti, o non aveva considerato tutti gli aspetti, o ha fatto un errore, e quindi siamo partiti con un impianto deficitario, e, quando abbiamo fatto la verifica, era tardi. Allora lo abbiamo dovuto modificare; ma quando sono stati già fatti gli stampi, è molto più complesso. Non si può ricominciare da capo certe volte: è un problema di spesa. Questo dimostra che ci vogliono delle competenze che non sono mie. Io ho imparato ad ascoltare molto chi ha delle competenze. Il problema è che bisogna anche fidarsi, qualche volta.

So che nell'ambito del design, solitamente, c'è un rapporto abbastanza stretto con il committente...
Io faccio poco design, in effetti. Faccio più studio dell'immagine: ho realizzato gli spazi di vendita per Fontana Arte, con cui lavoro da anni. In quel caso è un rapporto quasi quotidiano, un continuo mettere a punto una serie di problematiche. In quel caso c'è un rapporto privilegiato. Sono come i rapporti fra le persone, nella vita: con qualcuno scattano dei meccanismi di fiducia reciproca, che crescono anche in base a un'esperienza comune, al fatto che si può lavorare bene insieme. E' un fattore molto importante, perché comunque il risultato porta bene o male ad entrambe le parti.

Quali sono le sue fonti di ispirazione per i progetti della Trabo?
"Nautilus" ha avuto un'evoluzione particolare, però è nato da uno stampo già esistente che aveva Giovannino Castiglioni. Mi è stato chiesto di rivederlo e rimetterlo a posto, ma c'erano elementi fissi da non modificare: è stato una specie di re-design. A quel punto è nata l'idea di farlo diventare morbido e monocromatico, tutto ricoperto di gomma siliconica, per farlo diventare antiurto e antiscossa. La cosa migliore sarebbe stata di farlo diventare a batteria, per avere un grado di sicurezza in più. Dopodiché, per una questione di costi, Castiglioni ha rifatto lo stesso gli stampi, però il progetto era nato così ed è rimasto con quella forma. Direi che per "Nautilus" la forma è meno importante, ed è più importante il materiale che l'avvolge. Poi c'è il tema del beccuccio, del diffusore, che in genere è un elemento staccato, e che invece ho voluto ricomporre in modo tale che si arrotoli, come la manica di un maglione. L'asciugacapelli è un oggetto banale e quotidiano, ma ci sono sempre degli ammennicoli che uno non trova mai. Come la lente a contatto, che ha una sua ragion d'essere non solo sul piano estetico, ma anche funzionale.

Come nasce il modello "Shell"?
Il target è differente. In questo caso abbiamo ragionato molto sulle vecchie forme del phon classico. E' molto più geometrico, è la ripresa di un tema classico, però con un materiale - l'alluminio invece dell'acciaio - più innovativo, con dei colori meno aggressivi. Bisogna tener conto del fatto che sono molto diversi, perché l'elettrodomestico è legato molto alla macchina che produce il calore o il movimento. I motori dei due asciugacapelli sono diversi: uno è a induzione, aspira aria dal retro e la soffia, l'altro è un rotore con la ventola laterale: sono fisicamente diversi, e quindi devono essere contenuti in una forma differente. La mascheratura serve per proteggere, non per nascondere la funzione. Ho studiato il rapporto fra l'impugnatura e il diffusore del getto d'aria, ho curato che ci fosse un'inclinazione corretta, e - da architetto che ama la geometria - che ci fossero delle forme semplici. Il "Nautilus", che è tutto di uno stesso materiale, ha una semplicità materica e cromatica. C'è un solo materiale evidenziato. Amo il monocromatismo negli oggetti. Non sono un amante della tecnologia degli incastri di materie e colori.

Quali forme ama di più?
Forse fa parte della nostra epoca, però un architetto ama la geometria, la linea retta, il tondo, il cubo, il parallelepipedo, il cilindro, le forme pure. Però su un oggetto di design così è difficile ritrovare queste linee.

Quali materiali preferisce usare?
I materiali sono tutti belli, dipende cosa si deve fare. Forse la grande lezione di Mies Van Der Rohe era proprio che la bellezza sta nell'uso corretto.

Trabo srl



 



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